Il commento di Paolo Pettene

Trieste, martedì 23 luglio, ore 15.00: crolla il tetto della piscina Acquamarina.

Per una serie di circostanze incredibilmente fortunate non ci sono vittime, ma l’episodio inquieta e spinge a una riflessione sullo stato delle piscine pubbliche in Italia.

Riportiamo l’articolo di nuoto.com con il commento dell’architetto Paolo Pettene, titolare dell’omonimo Studio di Architettura, omologatore della FIN Piemonte.

Quanto accaduto oggi alla piscina Acquamarina in Trieste è uno stimolo di riflessione da estendere sullo stato generale delle piscine nel nostro Paese. Cercando di evitare banalizzazioni o semplificazioni sull’argomento del giorno, al momento non siamo in grado di individuare le cause di quella che poteva essere un’autentica tragedia.

In qualità di progettista mi considero a pieno titolo un addetto ai lavori. La mia lunga esperienza si è arricchita e si arricchisce ogni giorno attraverso attività quotidiana su numerosi impianti, attraverso relazioni e confronti continui con gestori, società sportive ed enti. Non ultima l’attività formativa rinforza e consolida competenze attraverso il confronto, con particolare attenzione verso i delicati aspetti manutentivi. Gli impianti sportivi datati dedicati alle attività natatorie sono generalmente strutture che nel tempo subiscono importante degrado, primariamente per la continua presenza al loro interno di acqua clorata, nonché per carenze prestazionali dell’impiantistica presente.

Spesso la situazione delle strutture si aggrava con l’assenza di adeguati interventi manutentivi, assieme a serie problematiche strutturali, impiantistiche indotte che a loro volta contribuiscono al degrado globale fino a determinare l’inevitabile chiusura per inagibilità. Ciò significa chiusura delle strutture, problematiche economiche di gestori o enti proprietari, impossibilità di svolgere l’attività per la normale utenza e per gli atleti.

Il tema di oggi è la piscina di Trieste, ma evitata la tragedia opportuno cogliere l’occasione per evitare disagi e disastri di altre strutture. Per evitare situazioni di criticità e garantire sicurezza per tutti è necessario:

  • definire le competenze in riferimento agli obblighi normativi ( DMI 18/ 03/96 ) che prevedano verifiche di idoneità statica e strutturali periodiche da parte dell’Ente proprietario dell’impianto ogni 10 anni
  • combattere la mancanza di una vera e propria cultura della manutenzione e della valutazione dei rischi in ambiente piscina (nonostante l’obbligo normativo sul fascicolo di manutenzione dell’edificio)
  • essere consapevoli della necessità della formazione degli operatori (la Federnuoto da anni promuove corsi per i gestori )
  • per il tema autocontrollo, superare la mancanza di protocolli validati e redatti da esperti del settore, per prevenire le cause del degrado strutturale e della obsolescenza fisico-funzionale
  • eseguire una valutazione, caso per caso con diagnosi, delle precise cause (quasi irreversibili a causa del degrado strutturale e della durata dell’impianto) a seguito dei fenomeni di carbonatazione del calcestruzzo
  • destinare azioni pluriennali con fondi adeguati per la riqualificazione del patrimonio pubblico sportivo, in particolare per le piscine

Non è possibile giungere a conclusioni vere e proprie. L’unica certezza è che al fatto di cronaca seguirà certamente un inasprimento delle normative, che nel nostro Paese sarebbero già sufficientemente stringenti.

Il trasferimento di tutti gli adempimenti normativi e strutturali ai soggetti gestori è una pratica deleteria ma sempre più diffusa a causa della cronica mancanza di risorse degli enti locali.

Infine, la mia esperienza mi porta a suggerire che le pubbliche amministrazioni dovrebbero essere in grado di individuare progettisti competenti e specialistici e al contempo evitare la malsana pratica dell’affidamento dei lavori al massimo ribasso.

Ph. © nuoto.com e www.triesteallnews.it